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'L’obiettivo non è mai ottenere un certificato ma individuare la giusta identità green del progetto'

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'L’obiettivo non è mai ottenere un certificato ma individuare la giusta identità green del progetto'

Building conversations up with… Gianluca Padula, Responsabile della Divisione Sostenibilità di R2M Solution.

Editorial Team

(Note: The interview is also available in English and is attached at the end of this page).


Gianluca Padula è architetto, esperto di edilizia sostenibile e responsabile della Divisione Sostenibilità di R2M Solution. Con oltre 25 anni di esperienza nella progettazione sostenibile, nella consulenza e nella gestione di progetti immobiliari, ha coordinato più di 250 attività di certificazione LEED, WELL e BREEAM. La sua attività si concentra su progetti immobiliari conformi ai criteri ESG, strategie di decarbonizzazione ed edifici progettati per rispondere alle esigenze future. Già membro del consiglio direttivo del Green Building Council (GBC) Italia, dal 2023 fa parte del Consensus Committee per il protocollo LEED v5 dello US Green Building Council.

 

BUILD UP (BUP): Alla luce di oltre 25 anni di esperienza e di progetti di riferimento, come il primo edificio certificato LEED Platinum in Italia, come è cambiata, nel corso della sua carriera, la definizione di prestazione degli edifici? Come si è passati da un approccio incentrato esclusivamente sull’efficienza energetica a una visione più olistica, che integra il benessere e la salute degli occupanti e i criteri ESG?

Gianluca Padula (GP): Questo è stato un viaggio lunghissimo che ha attraversato diversi paesaggi socioeconomici e anche cambiamenti culturali e di paradigma. Nei primi anni 2000 e per lungo tempo, l’equazione sustainability = energy efficiency è stata difficile da scardinare: si pensava all’energia come all’unica possibilità di risparmio in un edificio; si prendeva in considerazione ad esempio, di cambiare la sede di un HQ per andare in un edificio (nuovo o ristrutturato, magari un built-to-suit) che avesse, al contempo, prestazioni e qualità migliori rispetto a situazioni pregresse ma che, fondamentalmente, consentisse di pagare Opex più bassi. Il che è assolutamente vero. Ed essendo intanto esplosa la recessione del 2008, che ha rallentato per tanti anni gli investimenti immobiliari, si sono innescati nuovi meccanismi ed il cambio di paradigma: si comincia così a pensare in maniera sistematica ad alzare il livello della qualità, a condizione che si riducessero i costi. Nasce così quello che per anni era stato visto come l’anticristo dell’Architettura di quegli anni: il greenbuilding.

Ma ci è voluto poi quasi un ventennio prima di arrivare a comprendere che il valore aggiunto in un immobile non era soltanto il frutto di ‘energy saving’ e della regola su cui si è fondato il Commercial Real Estate: ‘location, location, location’: c’era il risparmio idrico (questo sconosciuto!), c’erano le rinnovabili, c’erano le colonnine elettriche, le nature based solutions, le basse emissioni, la qualità dell’aria interna! E tanto altro ancora…

Poi è arrivata la pandemia, proprio nel mentre si passava dal considerare solo la ‘scatola’ al come venivano vissuti gli spazi interni ed alla qualità fisica della vita degli occupanti: il benessere diventa il nuovo ‘sustainability hot topic’, le performance della scatola si uniscono alla qualità misurata degli interni e la Sustainability diventa, finalmente, la metrica attraverso la quale è possibile misurare e dimostrare il valore aggiunto, il ‘green value’.

Nel frattempo, silenziosa ma imperterrita, tra il 2018 ed il 2021 prende forma l’ESG, prima con la descrizione della EU Taxonomy e poi con la CSRD: l’Europa dice al mondo che cosa è da considerare green e impone la disclosure su come la Sustainability può/deve essere declinata: per la prima volta tematiche perseguite volontariamente da pionieri ed eccellenze diventano un obbligo normativo. Non particolarmente stringente e sicuramente incompleto ma che accelera ed indirizza gli investimenti e la finanza immobiliare.

Al momento lo scenario sembra quindi spostarsi, più lentamente del previsto, verso una misura delle tante variabili ESG e di Sustainability basandosi sulle performance effettive misurate. Ai pilastri legati ai consumi di acqua ed energia si aggiungono la gestione dei rifiuti, la qualità ambientale interna, le caratteristiche dei materiali, gli scenari di decarbonizzazione e tanto altro: tantissimi dati che dovranno necessariamente evolvere in una maggiore capacità di analisi, sintesi ed azione e per cui i modelli digitali degli edifici saranno la struttura portante.

 

BUP:  Sulla base della sua vasta esperienza, con oltre 250 progetti certificati, come aiuta gli investitori a scegliere lo schema di certificazione più adatto? In quali ambiti questi standard si completano a vicenda e dove, invece, riscontra elementi di frizione o sovrapposizione?

GP: La vera sfida, ma anche l’azione più concreta e non univoca, è la definizione di una roadmap ad hoc per l’edificio/progetto. Le certificazioni ci aiutano tantissimo poiché, con le loro metriche definite e riconosciute internazionalmente, aiutano la nostra esperienza personale ad individuare quelle che sono le caratteristiche migliori volta per volta, progetto per progetto. Sono, di fatto, i nostri strumenti del mestiere: l’obiettivo non è mai ottenere un certificato ma individuare la giusta identità green del progetto e farla emergere tramite il soddisfacimento dei requisiti che i protocolli ci offrono. 

La soluzione non è mai univoca e, spesso, sono possibili sinergie che consentono di applicare i protocolli, divisi tra interiors/building/site, ed ottenere risultati di eccellenza senza un aumento proporzionale dei costi ma, anzi, con la loro ottimizzazione. Sia in termini di consulenze che di capex/opex. Compito di noi consulenti è saper sfruttare al meglio queste sinergie ed evitare sovrapposizioni e/o ridondanze. Capita spesso che alcune soluzioni non siano economiche e convenienti, ed è la nostra esperienza ed integrità a guidare il cliente verso le scelte con il migliore rapporto costo/beneficio. Il nostro compito è fargli ottenere il meglio con il minimo investimento possibile.

 

BUP: Ora che le certificazioni sono sempre più strettamente legate alla conformità ESG e alla valutazione degli immobili, come possiamo garantire che le certificazioni green rimangano strumenti rigorosi per misurare l’impatto ambientale, anziché ridursi a semplici strumenti di marketing?

GP: Non esattamente, le certificazioni rimangono ancora indipendenti rispetto all’ESG: compliance ed eccellenza non vanno necessariamente di pari passo e l’ESG fissa delle barre, mentre le certificazioni indicano come superarle. Le valutazioni nel frattempo stanno ancora cercando di decodificare il valore intrinseco di entrambe ma ancora non vedo modelli capaci di riconoscere effettivamente il valore del green value legato a delle performance: sì certo, si sa dire che un-LEED Platinum ha più valore di un-LEED Gold ma poco altro: manca il passo per chiudere questo cerchio. Nel frattempo è forse più facile definire e quantificare un “brown-discount”. Le certificazioni, quindi, continuano ad evolvere e a dirci quali sono gli indicatori da guardare e/o le soglie da superare. 

E la realtà continua ancora, nelle eccellenze, ad inseguirli. Ma la vera scommessa oggi è portare il patrimonio immobiliare esistente non all’eccellenza, ma almeno al livello dello standard di base attuale delle nuove costruzioni di oggi. Le nostre case difficilmente saranno certificate o certificabili LEED Platinum, ma sapere che soddisfano tutti i requisiti di un-LEED Silver sarebbe già un’ottima notizia.  

 

‘La vera scommessa oggi è portare il patrimonio immobiliare esistente non all’eccellenza, ma almeno al livello dello standard di base attuale delle nuove costruzioni di oggI’

 

BUP: Mentre l’Europa procede verso il raggiungimento degli obiettivi per il 2030, quali ritiene siano le principali lacune negli attuali sistemi di certificazione degli edifici? Quali indicatori di prestazione dovremmo misurare oggi per valutare meglio gli edifici di domani?

GP: Il gap oggi non è nei certification frameworks, ma tra loro e la realtà dei fatti: un esempio su tutti è il dato del consumo di energia, si pensa sia un dato facile da ottenere ma invece non lo è per svariati motivi, che vanno dall’obsolescenza delle infrastrutture ai costi per gli aggiornamenti alla privacy che impedisce di conoscere certi dati senza esplicito consenso. Gli indicatori di performance sono tanti ma, a mio modo di vedere, la vera qualità si osserva guardando i dati dell’indoor air quality (IAQ) e della qualità dell’acqua che esce dai nostri rubinetti. Queste info, da sole, saprebbero indicare le azioni più importanti da attuare nei nostri asset, per aumentarne il valore e, soprattutto, la vivibilità.    

 

BUP: In che modo i principi tradizionali della progettazione bioclimatica influenzano il suo approccio agli edifici sostenibili contemporanei e quali insegnamenti possono trarre gli attuali sistemi di certificazione dall’architettura vernacolare?

GP: Per me i principi di bioclimatica sono sempre intrinsechi ogni volta che guardo ad un edificio esistente o ad un nuovo progetto. Ma, devo ammettere, molto raramente sono considerati dai progettisti, architetti e non, ormai schiavi della ventilazione meccanica controllata che risolve, a suo modo, qualunque problema. Probabilmente le certificazioni non li supportano abbastanza ma, diciamolo bene: se ci sono in qualche modo emergono dai risultati. Sono invece d’accordo sul fatto che la bioclimatica e le Nature Based Solutions dovrebbero essere strategie premianti. Questo vale per le nuove costruzioni. Ma, ripeto, la vera sfida riguarda la riqualificazione del patrimonio esistente, per cui l’edificio va approcciato innanzitutto in funzione del suo contesto per capire cosa e come poter migliorare alcuni aspetti. Poi, una volta dentro, ogni modo per evitare di inserire un canale dell’aria e/o uno split in un edificio storico dovrebbe essere la vera sfida.

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